Quando si parla di ecosostenibilità, specialmente online, si tende a considerare questo argomento in modo molto astratto. Cercare di essere il più ecosostenibili possibile, ci porta a prendere in considerazione delle situazioni che sembrano molto più grandi di noi: l’inquinamento, l’impatto ambientale, la consapevolezza dell’utilizzo di materie prime e tanto altro.

Per questo motivo, a volte sembra molto complesso fare il primo passo e abbracciare questo stile di vita, nonostante sia a portata di mano, molto più di quello che pensiamo. Infatti, ci sono tantissime piccole realtà, nella nostra vita di ogni giorno, che ci possono aiutare a rendere questo piccolo sogno più raggiungibile. Per questo motivo ho deciso di intervistare Gloria Barana, titolare del negozio e del marchio Filotimo, una linea di abbigliamento ecosostenibile nata nel cuore di Verona. Gloria è una pioniera della moda sostenibile in Italia ed è l’esempio lampante di come, seguendo i propri ideali, ogni sogno può diventare realtà.

Ho avuto onore di intervistarla durante un pranzo a Verona e riporto qui i punti salienti di una lunga intervista sulla sostenibilità, stile di vita, qualità dei tessuti, lavaggio e la cura degli stessi e aspetto artistico dietro la sua collezione basic ed intramontabile, un ottimo esempio per iniziare a creare la propria capsule collection.

HSM: Cara Gloria, come ti è venuta l’idea di creare uno negozio e di avvicinarti al mondo della moda ecosostenibile?

FT: Ho studiato ‘Design della moda’ al Politecnico di Milano e durante l’ultimo anno della specializzazione in Maglieria, i professori del corso erano particolarmente legati alle tematiche della moda ecosostenibile: ci hanno portato a Prato a vedere tutte le attività legate al riciclo delle fibre tessili e abbiamo fatto delle ricerche sull’impatto generale del mondo della moda.

Dopo la laurea, ho fatto uno stage presso un ufficio stile in un’azienda abbastanza grande e, all’epoca, di ecosostenibilità c’era poco o nulla. Quindi mentre vivevo quest’esperienza dall’altra parte, continuavo a pensare a tutto quello che mi era stato insegnato, soprattutto per quanto riguarda gli sprechi ed il riciclaggio. Così, con tutti i miei studi che mi tornavano in mente, quando ho finito lo stage, ho provato a mettermi in gioco da sola. I vantaggi erano che io sapessi già cucire, avessi già la macchina da cucire e quindi non ci fosse bisogno di investimenti particolarmente importanti. Quindi, ho comprato una decina di metri di tessuto, così per provare.

Inoltre, era il periodo in cui sono partiti tantissimi mercatini dell’artigianato, quindi avevo anche uno spazio fisico dove effettivamente testare i prodotti e capire se potessero piacere al pubblico. Questa è stata un’opportunità che ho colto al volo anche perché vedevo tantissime persone nell’arco di un fine settimana e riuscivo ad adeguare la collezione in breve tempo. Ho continuato con i mercatini e fiere per alcuni anni, e soltanto successivamente, nel 2016, ho aperto il negozio.

Collezione artigianale, Filotimo

HSM: Per quanto riguarda l’acquisto del tessuto, da dove arrivano i tuoi fornitori principali e quali sono i tessuti che utilizzi maggiormente?

FT: Tutti i miei fornitori sono italiani, in particolare due: Maeko Tessuti per la canapa, l’ortica e le fibre vegetali. Poi, usiamo una piccola parte di denim di cotone biologico, che prendiamo da un’azienda di Vicenza di nome Berto, che cerca di produrlo in modo più sostenibile possibile. Io non sono una grandissima fan del cotone, neanche di quello biologico, quindi cerco di limitarlo al minimo indispensabile.

Invece, per la lana, ho un fornitore a Biella storico, che produce lane maschili dal 1800 e che, negli ultimi anni si è specializzato in quelle che vengono definite ‘lane tecniche’. Ad esempio, le lane merino molto sottili che possono essere utilizzate anche per l’abbigliamento sportivo.  

HSM: Quando tu sottolinei che siano fornitori italiani, significa che tessono in Italia, ma il filo non sappiamo se proviene dall’Italia?

FT: Corretto, Maeko tesse in Italia, ma il filo è estero, Est Europa o Cina, dipende. Anche per il denim è la stessa cosa, più o meno. Invece, per le lane, anche la filatura è in Italia, mentre la materia prima proviene dalla Nuova Zelanda, ma loro hanno tutta la filiera di proprietà, dagli allevamenti fino alla vendita.

HSM: Proseguiamo con l’aspetto produttivo, che a mio avviso è molto importante quando parliamo di un capo d’abbigliamento ecosostenibile. Per la parte della cucitura, ti appoggi a qualche fornitore esterno oppure produci direttamente tu tutti i tuoi capi?

All’inizio, quando sono partita con il progetto di Filotimo, nel 2014, ho cucito personalmente tutti gli abiti. Ma successivamente con l’apertura del negozio ho deciso di delegare anche perché da sola avevo una produzione molto limitata e quindi spesso mi trovavo in mancanza di pezzi e taglie. Mi sono appoggiata ad una cooperativa sociale, che ha un laboratorio di sartoria che si occupa di reinserimento di donne con alcune difficoltà o passati complicati. Poi, una sarta, che proveniva da questa cooperativa, si è messa in proprio e, per un paio di anni ha seguito tutta la nostra parte sartoriale. Ora invece sono di nuovo ritornata a lavorare con questa cooperativa e sono molto soddisfatta dalla loro qualità.

HSM: Quindi la produzione di Filotimo è 100% italiana. Hai mai valutato di produrre all’estero?

FT: Sì, ma ho notato che alcune iniziative estere nonostante fossero molto sostenibili da un certo punto di vista, presentavano poi alcune lacune per la filosofia del mio marchio Filotimo insuperabili. Quindi produrre in Italia, tramite una cooperativa che supporta le donne in difficoltà si ricollega meglio al principio di Filotimo. Tuttavia, il problema della produzione in Italia è molto grande, perché i costi sono alti e manca la manodopera qualificata, che lavora con passione e dedizione. Però dal punto di vista della clientela, noto con piacere che la produzione in Italia da piccoli artigiani è un valore aggiunto importante, quasi più del tessuto e della qualità dello stesso. Tanto che, spesso ti associano a altri, che magari non hanno molto di sostenibile, ma sono sempre artigiani come te.

La scelta dei tessuti è fondamentale

HSM: Per quanto riguarda la produzione, hai riscontrato altre difficoltà che magari i clienti non si aspettano tu debba affrontare?

C’è una difficoltà principale, legata al fatto di essere piccoli che si riflette soprattutto nel processo di approvvigionamento dei materiali, perché le aziende con cui lavoro io, tranne Maeko, sono tutti dei colossi produttivi che lavorano con grandi realtà, quindi hanno dei minimi d’ordine e dei quantitativi di produzione importanti. Da parte mia, invece, anche per la filosofia che seguo nel mio progetto, non solo per costi, non trovo sostenibile comprare 100 metri di tessuto, se poi ne devo usare soltanto 20.

Quindi, se da un lato c’è questa necessità di avere una varietà di tessuti, colori, che la gente cerca, dall’altro lato c’è la necessità di renderlo sostenibile, da ogni punto di vista e durante tutta la catena di creazione e produzione. Ho cercato di ovviare a questa difficoltà anche creando una gamma di colori molto neutri, che possano essere riutilizzati nelle varie stagioni.

Ad esempio, nella collezione di Filotimo i colori principali presenti al 90% sono bianco, beige, blu e nero. Questo ha due aspetti positivi: da un lato posso riutilizzare lo stesso tessuto con il cambio di stagioni e negli anni, e dall’altro l’ abbigliamento in questi colori è considerato intramontabile e non passa mai di moda (quindi è ideale per una capsule collection – ndr)

HSM: Invece, dopo l’esperienza che hai accumulato dopo tanti di questi anni in negozio, potrai dirci: è vero che le fibre naturali, in particolare la canapa, sono così resistenti per tutti questi anni?

FT: In tutta onestà, dipende molto dalla fibra e dalla tessitura.

La canapa, di per sé, può durare una vita, però secondo me si riscontra spesso un problema con le tinture, probabilmente perché cercano di usare delle tinture che sono a basso impatto. Ma la canapa è un tessuto molto tenace, per cui la tintura non riesce mai a penetrare perfettamente dentro. Infatti, durante il taglio del tessuto in canapa, si vede che la parte più interna della fibra tende sempre a rimane bianca. E se la tintura non penetra bene, nel tempo, purtroppo sbiadisce. Quindi anche se, di per sé, il tessuto può durare una vita, dopo qualche anno può dare l’impressione di essere un po’ sgualcito, invecchiato, il che è un effetto che può piacere, ma di cui bisogna essere consapevoli all’acquisto. Infatti, io ormai dai fornitori prendo un jersey di canapa, che usiamo da sempre e con cui facciamo le t-shirt e quello è eterno. Ci sono delle magliette che ho fatto per i primissimi eventi, quindi ormai anni fa, con il jersey in canapa, che sono identiche a quelle nuove che attualmente ho in negozio. E poi, altri tessuti bianchi o begiolini che non presentano il problema della tintura.

Per quanto riguarda la lana, questa ha una durata molto lunga, perché viene lavata meno e a temperatura più bassa, quindi anche questo aspetto aiuta a tenere “giovane” un tessuto.

Per quanto riguarda il lino invece, che io nella mia collezione uso soltanto in una piccola parte, secondo la mia esperienza sgualcisce un po’ ma questo aspetto sembra voluto ed è una caratteristica che gli amanti del lino apprezzano moltissimo.  

Infine, a mio avviso, c’è un problema che viene sottolineato dagli stessi fornitori, anche quelli di eccellenza, ovvero quello legato alla qualità dei materiali. Infatti, negli ultimi anni la qualità dei tessuti si è abbassata tantissimo, anche perché dai clienti non viene richiesta una eccellente qualità ma piuttosto un prezzo più basso.

Anche il lanificio in cui mi fornisco io, che è tra i produttori delle lane più pregiate in Italia e ha anche tantissime certificazioni che ne garantiscono la qualità, conferma questo trend sempre più orientato al prezzo piuttosto che alla qualità, infatti anche loro notano una grande differenza fra le lane odierne e quelle di 30 anni fa. Le richieste principali sono il costo limitato oppure fantasie particolari e che siano di facile manutenzione.

HSM: Questo ovviamente è legato poi anche alla durata finale del tessuto, il che incentiva, in modo indiretto quindi, acquisto di nuovi capi (ndr).

HSM: Per quanto riguarda la cura, a cosa bisogna stare attenti quando si usano i tessuti ecosostenibili?

Anche qui bisogna distinguere tra i vari tessuti.

La canapa, in generale, sopporta molto bene lavaggi fino a 40 gradi, senza particolari problemi, ovviamente con i detergenti leggeri ed ecosostenibili. Ho notato però che l’aspetto del capo cambia in base a come viene lavato. Quindi, ho delle magliette in canapa che lavo solo a mano e noto che sono diverse rispetto a quelle che metto in lavatrice a 40 gradi.

Se parliamo invece del tessuto 100% lana, in qualsiasi lanificio consigliano di metterlo fuori la notte ad arearlo, oppure di metterlo in bagno, quando si fa la doccia, così col vapore, si rigenera essendo la sua fibra naturale. Specialmente se non sono capi a contatto diretto con la pelle, come per esempio una canotta oppure l’intimo, consigliano di trattarlo in questo modo. I vestiti di lana quindi si possono lavare stagionalmente, giusto per metterli via puliti, per evitare le tarme, non certo perché lo necessitano. Noi in negozio abbiamo magliettine di lana leggera estive e quelle sì, che sono a contatto con la pelle, quindi bisogna lavarle, ma sicuramente molto meno di altri capi. Infine, per preservare il tessuto, la lana va lavata con acqua gelida, temperature molto basse, sarebbe anche meglio sotto i 20 gradi.

HSM: Il tuo pubblico apprezza la tua collezione e questo è un ottimo aspetto, ma la domanda più ampia è se, a tuo avviso, la rivoluzione ecologica è iniziata e quindi ha incuriosito anche il consumatore medio?

FT: Si, certamente. Secondo me è partita tanto la consapevolezza di acquistare dai piccoli brand, dagli artigiani, andare ai mercatini, piuttosto che acquistare dai grandi marchi (che cercano comunque di integrare nella propria collezione tessuti più sostenibili, o almeno dipingerli come tali tramite greenwashing). Per quanto riguarda invece la sostenibilità dei materiali siamo a mio avviso ancora molto lontani e c’è moltissimo margine di miglioramento. Ho l’impressione che non sia ancora considerato come valore aggiunto, nel senso che ci sono tante alternative, anche nel mondo dell’artigianato stesso, prezzi diversi e diversa qualità, ma spesso vengono equiparate.

Quindi, effettivamente, capisco come in un periodo storico come questo, già solo pensare di acquistare una maglia fatta a mano da una ragazza, in Italia, da un piccolo progetto che voglio sostenere, ad un costo maggiore rispetto ad una produzione industriale sia un ottimo passo avanti in termini di cambiamento, ma, se poi vogliamo valutare in termini puramente sostenibili la differenza sta tanto nel materiale che viene utilizzato.  

Collezione 2022, Filotimo

HSM: Prima di concludere, mi interessava anche l’aspetto artistico legato al marchio di Filotimo. Perché se da una parte è vero che l’aspetto ecosostenibile e artigianale è importante, dall'altra parte c’è anche un’anima creativa di Gloria perché il tuo brand è comunque la tua volontà di esprimere il tuo estro creativo.

Quanto è difficile far coincidere l’estro artistico con le necessità dei materiali ecosostenibili, che sono più impegnativi da gestire?

FT: Se posso essere sincera, è quasi inconciliabile! La gente è abituata a vedere diversi tipi di colori, stampe, fantasie e applicazioni, che è quasi il contrario di quello che faccio io. Un po’ per il mio stile personale, però non mi dispiacerebbe avere dei tessuti a fantasia o stampa particolare. Poi certamente, se sei un grande del settore, puoi permetterti di farti fare il tessuto con come vuoi, però per un brand come il mio, devo andare sui tessuti già pronti e nel mondo dei tessuti ecosostenibili, non c’è ancora molta scelta.

All’inizio questo aspetto ha limitato un po’la mia creatività, ma soltanto fino a un certo punto. Il mondo è pieno di tessuti con fantasie particolari, se le persone li vogliono, però io non vado contro i miei principi per averli in collezione. Quindi, finché non li trovo che rispondano alle caratteristiche che cerco, sarà così. Mi viene fatta notare spesso, la mancanza di colore o stampe, e sinceramente lo capisco. Però, non è facile.

Una cosa poi che ho elaborato all’università, durante i tanti lavori di gruppo, soprattutto al terzo anno, lavorando con l’ecosostenibilità: se ti dai un’estetica di partenza, con delle limitazioni rigide in cui star dentro, dovrai trovare dei compromessi. E io non volevo scendere a compromessi. Durante il mio progetto di tesi, infatti, non mi ero creata una moodboard, lifestyle o linea di colori, come si fa nel design, ma mi ero catapultata nella scelta dei tessuti e di come impiegarli, arrivando così a un’estetica finale dettata dal materiale e non decisa in partenza.

Ritengo che le mie collezioni abbiano un limite estetico molto forte, rispetto alle potenzialità che può avere il mondo della moda, quindi sono a un 10% di quello che si potrebbe trovare nel tessile, però d’altra parte comunicano molto fra di loro, essendo la scelta limitata. Quindi, un capo che hai acquistato oggi puoi metterlo con un capo acquistato 5anni fa.

HSM: Questo ragionamento è molto interessante e si ricollega anche ad un argomento ricorrente del quale abbiamo anche parlato in questo magazine, come quello della capsule collection, dove con un numero limitato di capi di qualità, puoi costruire un armadio per tutte le occasioni.  

Poi, credo sia molto più importante parlare del tessuto e della sua qualità, piuttosto che di dettagli che non danno alcun valore aggiunto.  

FT: Si infatti, io sono una grande sostenitrice del basico. Nel senso che, un po’ per necessità, ma anche perché ci sono così tanti modi per personalizzare un capo, non è necessario che queste cose siano sul capo, anche perché poi può diventare una limitazione nel tempo.

Allo stesso tempo, però, viviamo in un mondo dove abbiamo tantissimi stimoli visivi, quindi al giorno d’oggi vedere una magliettina bianca o nera, sembra quasi che manchi qualcosa, ed è oggettivamente una mancanza. Infatti, vedo ancora tante persone a cui sì, piace la moda sostenibile come principio, ma non trovano nulla che piace loro. In realtà, non è vero, perché adesso ci sono dei brand che fanno capi molto femminili, particolari, anche se io faccio uno stile molto basico, sul maschile, più che altro perché è lo stile che piace a me. Negli ultimi anni, la scelta dell’abbigliamento sostenibile si è ampliata moltissimo.

HSM: Come sarà il futuro di Filotimo? Io ho sentito di un progetto tutto digitale…

FT: Per progetti sicuri, so che fino ad agosto sono in negozio, poi da settembre online, quindi cercheremo di seguire di più lo shop online e la parte digitale, con i social, per creare più rete sociale. L’obiettivo di Filotimo consiste sicuramente nel portare anche all’estero la qualità italiana anche perché il mercato estero sembra più preparato e sensibile a queste tematiche rispetto ai nostri connazionali. L’online permette inoltre di puntare molto sull’aspetto del Made in Italy, specialmente in alcuni mercati esteri come la Germania, dove il consumatore medio è più consapevole sulla tematica della sostenibilità.

HSM: Per concludere, una classica domanda che di solito ti fanno all’apertura, cosa vuol dire filotimo?

Il nome deriva da una parola greca ‘φιλότιμο’ (filòtimo) ed è molto radicata nella cultura greca, letteralmente significa ‘Amore per l’onore’, ma in realtà, ha un significato molto più ampio ovvero ‘la volontà di fare le cose al meglio delle proprie possibilità’.

Noi che operiamo nel settore dell’abbigliamento sostenibile l’abbiamo tradotta come fare qualcosa di utile per noi stessi che però influisce, in modo indiretto, anche su tutto quello che ci circonda. Quindi se io faccio una cosa al mio meglio, porterò un vantaggio, sia alla mia persona, ma indirettamente anche alla mia famiglia, alla mia città, al mio ambiente di lavoro, e questo si propaga come un’onda virtuosa. Tornando all’italiano invece, la parte iniziale “filo” viene associata al mondo della sartoria, quindi è un ottimo abbinamento al mondo del cucito!

HSM: Grazie mille Gloria, per aver arricchito questo magazine con la tua esperienza unica e particolare!

 

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